Ande: verso la libertà

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Il mio viaggio sulla Cordigliera delle Ande, in Venezuela, comincia dopo un mese trascorso in Colombia con alcuni compagni di viaggio, i soliti grandi amici Renzo, Alberto e la mitica Gully, con i quali decido di noleggiare una macchina e di partire verso la libertà. E le Ande sono davvero in grado di ripagare questa aspettativa: scalandole si scopre un luogo magico dove si può toccare il cielo con un dito e provare l’esperienza incredibile di sfiorare le nuvole. In questo paesaggio ho pensato spesso di essere capitato alla periferia del paradiso.
ALLA PERIFERIA DEL PARADISO
È con questa sensazione che ho percorso quasi 5.000 km, toccando città e piccoli paesi, a partire da Valencia e proseguendo, sul litorale, per Porto Cabello, Coro, il lago di Maracaibo, la mitica Merida e Barquisimento. Queste sono le vie del caffè e del cacao,  si viaggia tra piantagioni di banane e canne di bambù, ma è davvero difficile immaginare, per chi non si sia stato, cosa voglia dire arrampicarsi verso le vette andine. Il clima, avvicinandosi alla Cordigliera, si fa capriccioso e passa dal caldo umido al caldo secco, poi a un freddo pungente dove spunta anche la neve, sul Pico Bolivar (5007m ), il Pico Humboltd (4942m ) e il Pico Bompland (4883m) che sovrastano la Sierra Nevada de Merida. Il mio pensiero fin dall’inizio di quest’avventura era uno: sicuramente più ci inoltriamo nelle montagne e tra le foreste, e più ci allontaniamo dalla costa, meno saranno frequenti le tracce di “civiltà”. Invece è esattamente il contrario: anche ad altitudini per noi impensabili esistono coltivazioni sterminate e numerosi villaggi. Cambiano, certo, i materiali per costruire le case (gli indios Timolo-Cuicas, instancabili agricoltori, prediligono la pietra e le tegole), mentre lungo la strada che conduce a Merida si incontrano piccole baracche dove gli abitanti vendono carne di manzo, di pecora e di maiale, tutte appese e già sezionate: al viaggiatore resta solo da accendere il barbecue e mangiare.
UN MENU’ DI MONTAGNA
Sulle Ande gli indios sono tutti agricoltori e tutta la produzione locale finisce in vendita nelle baracche lungo la strada, affollate soprattutto di frutta e verdura. A questo proposito è incredibile scoprire come a 3.000 metri di altitudine vi siano estesissime coltivazioni di fragole, mentre salendo il cibo naturalmente cambia, e la tavola si affolla di formaggi, di zuppe, di fagioli, di cipolle, con un’alimentazione che diviene via via sempre più calorica fino a culminare nella mitica (e super-energetica) pisca andina, una zuppa con uova, formaggio, latte, patate e prezzemolo. Quello che colpisce nelle Ande venezuelane è proprio il grande impegno che questi indios  hanno messo  nel coltivare campi arroccati su costoni di roccia, dove la vegetazione spontanea è composta di fiori, ginestre e piante grasse, in un paesaggio splendido, ma durissimo da far fruttare. In quasi tutti i paesi e le cittadine della Cordigliera, comunque, non si trovano grandi mercati perché la popolazione è abituata ad utilizzare le piccole bancarelle dei villaggi. È proprio lungo le strade principali dei piccoli centri arroccati si trovano prodotti incredibili: dai mieli profumati di erbe di montagna con sapori molto intensi alle zuppe dai sapori molto interessanti, come l’ erbido, una minestra preparata con manzo, pollo, patate e carote, oppure all’ arepa, fatta di piccole focacce di farina di mais o di frumento fritte su cui si spalma la natilla, un formaggio andino cremoso simile al mascarpone. E ancora si può mangiare la carne mechada con fagioli e cipolle e per concludere il pasto le bancarelle traboccano di bellissimi frutti: fragole, mamones (verdi e simili a palline da ping-pong), cambur (piccole banane dolcissime), platano (banane tagliate a fette e fritte dette anche patacon se sono schiacciate e cotte come una purea). Sulla Cordigliera quando fa molto freddo si beve il calentado (latte caldo, anche di capra, con miche, un distillato di canna da zucchero e anice), oppure la chicca, bevanda ricavata dalla fermentazione del mais, molto comune tra la popolazione andina. Una cosa straordinaria sono le patate, sicuramente tra le migliori del mondo, ma accanto ad esse compaiono il caffè, il cacao, la canna da zucchero, il mais, i legumi, la manioca, il riso, il cotone, il sisal e il tabacco.
UN ANGOLO DI TIROLO
Pur essendo una nazione con seri problemi (civili, geologici, soprattutto politici), il Venezuela è un paese splendido, con persone e luoghi magnifici. Colpisce come tutto vada avanti nonostante le strade a pezzi, l’assenza di strutture, la mancanza di aiuti alla popolazione, la corruzione e quant’altro. Ma le persone, qui, vivono, godono, cantano e ballano, spesso più di noi europei. Il tutto immerso in una natura prepotente che offre scenari fantastici e tra persone che cospargono le strade di chicchi di caffè sperando che le ruote delle auto in transito li possano frantumare. Si riesce persino a incontrare una gelateria dov’è possibile ordinare un cono al gusto di trota e aglio, oppure di vitello e peperoncino, in una sorta di colonia nel cuore della cordigliera del Mar dove sembra di essere catapultati all’ improvviso in Tirolo, con tanto di boccali di birra, wurstel e crauti. Poi, un fatto curioso: se dovete dare un appuntamento a qualcuno in qualsiasi paesino del Venezuela, dalle Ande che sfiorano i 4000 metri ai cayos caraibici, il punto di ritrovo sarà comunque una Plaza Bolivar, visto che in tutti i borghi, i paesi, le cittadine hanno una piazza con questo nome.
CARACAS, DOVE L’ARIA SA DI MIELE
Stranezze a parte, il mio viaggio attraverso le vie del caffè e del cacao mi ha portato fino a Caracas,  viaggiando tra fazende linde e ordinate circondate da pascoli meravigliosi, fiumi con cascate altissime e coltivazioni intensive. Qui si mangia l’ arepa de trigo a base di grano e le macellerie vendono i chicharrones, ciccioli di maiale. Molti piatti locali sono a base dei tipici frijoles, i fagioli rossi. Ma da queste parti si beve anche molto e la bevanda prediletta è il leche de burra, densa, alcolica  e fatta con miche (un distillato della canna da zucchero), uova e latte. Anche la frutta è abbondante, e tra i prodotti più esotici spicca il mamon, dalla classica buccia verde con polpa rossastra. Colpisce, in un’epoca in cui il turismo brama l’ happy-hour sulla spiaggia o l’acqua-gym di gruppo, la presenza di carne appesa sulla strada senza l’ombra di un frigorifero in una bancarella improvvisata. Ed è bello dormire a 4.000 metri tra fragole, gerani, pecore e mucche, dove l’aria profuma di latte e miele. Se è vero che esiste una ricchezza “irreversibile” – e penso ai soldi spesi in macchine o motoscafi di lusso – esiste anche una ricchezza “reversibile”, che ha lo straordinario potere di mettere in circolazione altra ricchezza sotto forma di energia positiva. Il mio viaggio nel cuore del Venezuela appartiene certamente alla seconda categoria. A parte questo le Ande venezuelane sono faticosissime, e man mano che si sale il freddo aumenta, la natura e la vegetazione cambiano, e la gente che gira a cavallo la sera si riunisce attorno a fuochi sempre accesi per bere e per scaldarsi.
IL MERCATO DI MERIDA
Poi c’è Merida, la meta “mitica”, la città più frequentata del Venezuela, che conta 250.000 mila abitanti, molti alberghi, ristoranti e un discreto mercato. Merida si trova a 1625 metri di altezza, ma da qui la teleferica consente di raggiungere altitudini ancora più elevate. Il mercato, come tutti i mercati sudamericani, è fatto di banchi improvvisati dove la gente che arriva dalle campagne e dalla montagna espone la merce che produce. E si tratta, spesso, di prodotti meravigliosi e sconosciuti: radici, foglie, piante mai viste, una moltitudine di  bacche e sementi, in un miscuglio di prodotti profumi davvero emozionante. Ci sono però due prodotti che mi hanno davvero fatto sognare e mi hanno aiutato a capire cosa significa davvero il biologico: il miele e il latte. Sono prodotti perfetti, non contaminati né da pesticidi, né da gas di scarico, né da acqua inquinata, con profumi e sapori unici.  

Amazzonia mon amour

Mi avevano sempre detto che il Brasile è una malattia, che quando ci vai una volta la tua vita cambia e vorresti tornarci sempre. È vero. La saudade, la struggente nostalgia del Brasile di cui cantano poeti e musicisti Ã¨ una realtà. Così, insieme a due compagni di avventura (Renzo e Rosa, amanti come me di storie e culture gastronomiche), dopo aver girato il Paese in lungo e in largo, questa volta abbiamo deciso di partire per l’Amazzonia, per visitare il polmone verde del mondo. Facile a dirsi, ma per capire cosa significhi davvero questa regione sterminata bisogna andarci. Percorrendo l’unica strada che collega il Venezuela al Brasile abbiamo raggiunto Santelena de Urinem, sul confine, un posto di fuoco dove tutto è permesso, dove la gente traffica in benzina, in soldi, in cibo (qui ho mangiato il più buon panino della mia vita) e anche in cose ampiamente illegali. Quindi siamo arrivati a Boavista. Mancano ancora 1500 km a Manaus, la capitale dell’Amazzonia. Per arrivarci via terra da qualsiasi parte del Brasile esistono solo due strade, tutto il resto dei collegamenti avviene via fiume.
MANAUS, OMBELICO DEL MONDO
Quando arrivi a Manaus non credi ai tuoi occhi: in un caldo umido soffocante  i due colori predominanti sono il verde della foresta e il nero del Rio Negro, un fiume tanto enorme da sembrare il mare. L’economia cittadina si basa tutta dalle risorse del Rio Negro e del Rio delle Amazzoni, e la città, pulita e per certi versi affascinante, ti fa sentire un po’avventuriero e un po’ Indiana Jones. Senza dubbio la prima cosa da cercare qui è il famosissimo Mercato Municipal Adolfo Lisboa, un edificio enorme risalente al 1882 che è la copia ridotta del famoso mercato parigino di Les Halles e che al suo interno ospita i tre mercati cittadini di pesce (naturalmente d’acqua dolce), di carne e di frutta. Per quanto riguarda il mercato della carne i banchi non abbondano di carni bovine, perché in Amazzonia i pascoli scarseggiano, l’ ecosistema è complesso, i terreni non sono ricchi e i pascoli sono tutti verso il Venezuela, mentre abbondano, al contrario, gli allevamenti di pollame, uccelli e fauna acquatica.
GLI INCREDIBILI PESCI DEL RIO 
Ma quello che colpisce è l’incredibile mercato del pesce, dove la materia prima non viene semplicemente esposta sui banchi, ma anche lavorata, tagliata, sezionata e spesso incisa a seconda della forma e del tipo di pesce e in vista di un determinato tipo di cottura. Per noi che pensiamo al pesce di fiume come a un prodotto che “sa” inevitabilmente di melma o di fango, il prodotto amazzonico è una vera scoperta: qui, infatti, il pesce si ciba di frutti, di erbe e di bacche, e le carni hanno un sapore delicatissimo, aromatico, sconosciuto dalle nostre parti. Uno in particolare, il tambaqui (può raggiungere il metro di lunghezza), si ciba di noci e di semi che spacca con le mascelle. Un altro pesce incredibile, che sicuramente molto presto vedremo sui nostri mercati, è il pirarucù, che secondo i locali assomiglia al baccalà, ma che secondo me ha carni più dolci e meno aggressive: in Brasile viene mangiato alla brace ma andrebbe benissimo anche crudo o marinato. Se l’Amazzonia costituisce l’habitat di circa 2000 specie ittiche, il suo re è certamente questo enorme pesce che arriva a pesare anche 200 kg e che per le popolazioni del fiume è come un maiale: del pirarocù, infatti, non si butta via nulla e gli indios riescono addirittura a ricavare collane dalle sue squame. Ha una carne bianchissima dal sapore gradevole e senza spine, ed è riuscito addirittura a diventare un presidio â€œSlow Food” grazie a Gabriella, una signora italiana che vive da molti anni a Silver, un piccolo centro a 200 km da Manaus, dove effettua un monitoraggio di questo pesce in due bacini. La pesca di questi esemplari è infatti spietata e la tutela della razza s’impone. Un altro incredibile pesce è l’auruanà, lungo circa un metro, che può saltare circa 2 metri fuori dall’acqua per cibarsi di frutta e che ha carni molto delicate. E poi ci sono moltissime altre specie, come il piccolo jaraqui, i temutissimi piranha dalla carne dolce (sono pieni di spine ma fritti sono incredibili), le razze di fiume, le murene d’acqua dolce lunghe fino a 3 metri e in grado di dare una scossa da 600 watt, e centinaia di altre specie che invadono il mercato ogni mattina, quando i pescatori portano sui banchi il frutto del loro lavoro, pesci dai colori sempre scuri, anche se variopinti, e dalle forme più strane. Non è tutto. Perché lungo i mercati di Manaus si trovano le famose barracas de Tacacà, piccole bancarelle che servono appunto la tacacà, una minestra gommosa preparata con gamberi di fiume essiccati e radice di manioca (il più importante alimento della popolazione che vive lungo il Rio delle Amazzoni, piena di cianuro e letale se non preparata adeguatamente). Ma non si vive di sola tacacà, e allora lungo i mercati si trovano decine di ristoranti improvvisati allestiti dalla gente del posto portando in strada le cucine di casa e servendo zuppe, tranci di pirarocù alla brace, frullati di maracuja e quant’altro serve per mettersi in forma e affrontare il fiume e la foresta.
FRUTTA ESOTICA? SI’, GRAZIE
Passiamo alla frutta, altro prodotto amazzonico per eccellenza. Sui banchi del mercato di Manaus abbondano l’ acerola, un frutto acido simile nell’aspetto e nel sapore alla nostra ciliegia, il capuacù, un altro frutto acido che assomiglia alla pera, o il guaranà, ovvero l’ormai famosa bevanda estratta dalle bacche dell’albero omonimo che tutti – brasiliani e non – bevono. La frutta di questa regione ci apre davvero un mondo  incredibile: la goiaba, ad esempio, serve per fare marmellate  fantastiche; il pupunha, che nasce solo in Amazzonia, è molto polposo e ricco di vitamine e si mangia con il caffè; il frutto del pane che si mangia fritto come le patate; il frutto de conde, una specie di palla di circa 3 chili di peso ha sapore di mela. E poi ci sono maracuja, ananas, e il mitico ginipopo, una specie di nespola gigante che fatta maturare moltissimo si macera e produce un liquido utilizzato per fare liquori buonissimi. E la verdura? Non è da meno, e qui ne citerò due su tutte: la taioba a foglia larga, dal sapore di muschio, e il covi, un enorme fogliolone che tagliato molto fine e poi stufato con cipolla diventa un piatto veramente fantastico. Ma ciò che veramente colpisce del mercato della frutta e della verdura è l’immensa quantità di erbe, radici, foglie e di tutto quanto può offrire la foresta, senza contare che con queste erbe e queste radici la popolazione locale oltre a nutrirsi si cura! Il mio peregrinare non si è fermato a Manaus. Un bel giorno, infatti, siamo partiti per Parintins, dove ho conosciuto Maurizio, un altro italiano che vive là e che insieme alla comunità di indios Sateré sta lavorando a un progetto sul guaranà, un tempo proibito ma oggi diffuso anche in Europa dove, anzi, è diventato l’elisir di lunga vita. Lì ho scoperto tra l’altro anche un miele fantastico prodotto da api senza pungiglione: un prodotto incredibile dal sapore di frutti esotici, una vera leccornia all’epoca non ancora importata in Europa, ma Maurizio sta lavorando anche a questo!
SALVAGUARDARE PER VIVERE
Sul versante gastronomico sono molti i piatti di questa regione: la famosa caldeiradauna ad esempio, una specie di bouillabaisse di pesci del Rio delle Amazzoni. E poi il pato-no-tucupi, piatto regionale fatto di anatra, aglio, erba jambu, limone e radice di manioca. Ma una cosa, in  definitiva, durante questo lungo viaggio mi è sembrata chiara: la foresta offre moltissimo ma va rispettata e assolutamente salvaguardata. Solo dopo esserci andato mi sono reso conto di che cosa voglia dire l’espressione “polmone del mondo”. Certo l’Amazzonia di per sé fa anche paura perché nella regione malattie come la malaria e la dengue sono endemiche, ma si tratta solo del rovescio della medaglia di un’area dove tutto è grandioso (il Rio Negro arriva a 100 metri di profondità, una misura impensabile per un fiume europeo) e dove gli indios vanno rispettati e lasciati vivere nella loro cultura. Un dato, questo, assolutamente fondamentale se, al di là delle sacrosante motivazioni filantropiche e umanitarie, si vuol continuare a trovare sui nostri mercati la papaia, il mango, la goiaba, il guaranà e tanti altri prodotti lavorati proprio dagli indigeni dell’Amazzonia. Infine, che dire? Non vi resta che fare un salto in questo luogo meraviglioso. Ma attenzione: il Brasile è una malattia, se ci andate una volta poi non smetterete più.  

In viaggio verso Istanbul

Questo viaggio è una sorta di cerchio che inizia a Venezia, e che attraverso la Grecia mi porta in Turchia per poi ritornare al punto di partenza – Venezia, appunto – passando questa volta per la Croazia. Non si tratta però di uno dei miei soliti itinerari via terra, alla scoperta dei cibi, dei prodotti e dei mercati di Paesi lontani geograficamente e non solo. Stavolta, infatti, il mio itinerario attraversa il mare. Sono a bordo di una nave da crociera, proprio come quando, tanti anni fa, ho iniziato questo bellissimo mestiere.

Un altro deja-vù: anche questa volta il mio compagno di viaggio è il mitico Igles Corelli, oggi come allora compagno di lavoro e di vita a bordo.

Ma andiamo con ordine. L’arrivo a Venezia in autunno è meraviglioso. Venezia è una città stupenda, uno di quei luoghi che il mondo intero ci invidia e che tra l’altro ha mercati meravigliosi. Decidiamo però di non fermarci, e partiamo subito per Bari, dove ci aspettano alcuni amici: Margherita, Luisa e Simona, anche loro, come noi, in viaggio.

L’arrivo al porto di Bari è meraviglioso, e subito decidiamo una piccola sosta al mercato del pesce della città pugliese. Qui la qualità del pesce è altissima, si spazia dai polipi ai ricci di mare alle cozze, dalle vongole al pesce azzurro a un infinità di meraviglie del mare. Ma oltre agli occhi anche lo stomaco reclama la sua parte, e visto che si sono fatte ormai le 12 di una domenica pre-partenza, questo piccolo mercato di pescatori con il pesce di paranza (cioè pescato e venduto la mattina dei giorni di festa) ci tenta ancora di più. Un attimo e la decisione è presa: decidiamo di improvvisare un barbecue sulla banchina del porto, e come per incanto spuntano la griglia, la legna, la birra e naturalmente il pesce. Siamo tutti d’accordo per un pranzo veloce, ma il risultato è ottimo.

Subito dopo ci trasferiamo a Bari Vecchia per comprare il pane migliore della città al panificio Antonio Fiore, dove non resistiamo di fronte al richiamo delle orecchiette. Quindi, secondo il programma, partenza per Katakolon, una cittadina considerata una delle più ospitali della Grecia, da dove in 40 minuti si può arrivare alle bellissime spiagge di Skafidia e Kouroutas.  In questi luoghi si vive quasi esclusivamente di pesca e di turismo, e la cosa più insolita sta nel fatto che qui il mercato è veramente ambulante,  nel senso che i contadini della zona girano in macchina per le strade a vendere i prodotti che coltivano nei loro piccoli appezzamenti: cipolle, patate, barbabietole, pomodori, carote, un po’ di frutta e via dicendo. Da queste parti non esistono botteghe: se manca qualcosa per far da mangiare basta andare a bussare dal vicino di casa chiedendo ciò che serve. Per comprare il pesce, invece, basta aspettare che qualcuno passi sotto casa offrendo polipi, spada, branzini, spigole e tonnetti  appena pescati, da cucinare per lo più fritti visto che questa è la cottura che nella zona va per la maggiore.

Apprezzate le qualità della “spesa a domicilio” partiamo finalmente per la Turchia. La prima tappa è Izmir, anticamente conosciuta come Smirne, una città con più di 5.000 anni di storia alle spalle, quasi completamente distrutta da un incendio nel 1922 e poi riportata all’ antica gloria grazie a una meticolosa ricostruzione “filologica”.

Nel centro di Izmir troviamo un bellissimo bazar dove poter comprare frutta e verdura, splendidi  formaggi (in particolare la feta che troviamo da tutte le parti a farla da padrona), molte e diverse varietà di olive, ma anche un’ottima carne (in particolare di agnello, di capra e di montone) e sempre molto pesce. Su questo fronte una delle specialità locali è costituita dal polipo, che anche da queste parti è considerato un gran piatto. Qui lo preparano crudo, marinato nell’olio, con uvetta sultanina e cipolla: una vera delizia.

Ancora una volta, però, è tempo che il nostro viaggio continui: vogliamo arrivare a Istanbul, l’antica Costantinopoli, una delle città più affascinanti del mondo.

Istanbul è enorme: conta 15 milioni di abitanti ed è divisa in due parti: la parte occidentale e la parte orientale. La sensazione è quella di essere capitati in un luogo incantato e bellissimo, pieno di moschee, minareti e di autentiche meraviglie artistiche e architettoniche: in testa la Moschea Blu, completamente rivestita di maioliche di questo colore, e a seguire il palazzo Topkapi, ovvero la casa del sultano. E dopo tutte le meraviglie che la città ha in serbo ci facciamo tentare dalla cucina di strada: qui la gente vende il pane sui marciapiedi, e prepara cose meravigliose con fornelli improvvisati sul cemento: in testa il celebre Kebab, e a seguire dei meravigliosi ravioli di carne conditi con yogurt, aglio e burro piccante speziato con peperoncino e menta.

Dopo aver mangiato andiamo alla scoperta del mercato delle spezie, dove comincia il nostro vero viaggio gastronomico. In questo luogo surreale e coloratissimo, dove i profumi inebriano l’olfatto e i colori gli occhi, troviamo di tutto, dal curry al cumino, dallo zafferano buono a quello arabo taroccato, e poi molte miscele di tè, pistacchi, papriche di tutti i tipi, un pepe di colore marrone al limone frizzante mai visto in Europa. La cosa più interessante è però che si trovano miscele di spezie preparate dagli artigiani del luogo secondo le più antiche tradizioni del mondo asiatico per aromatizzare pesci e carni in modo meraviglioso e anche un po’ misterioso.

Un discorso a parte merita il caviale, che qui costa davvero la metà di quanto siamo abituati a pagarlo da noi: troviamo infatti beluga e asetra Malosol sia fresco che pastorizzato: si possono comprare al mercato del Gran Bazar ma anche a quello “parallelo” dei contrabbandieri: bisogna fidarsi, certo, ma anche noi a un paio di tartine non riusciamo a resistere.

Ed eccoci nell’area dedicata a frutta e verdura: anche qui l’abbondanza di prodotti e varietà  in offerta ha del meraviglioso. Si spazia dalle zucche e zucchine dalle fogge più insolite alla verdura conservata sottaceto, dagli involtini di melanzane in foglie di vite ai piccoli peperoni  ripieni di yogurt e menta alle piccole mele selvatiche grandi come ciliegie. Ecco poi i melograni grandi come meloni dal succo dolce e acido al tempo stesso, e un aceto balsamico che somiglia alla saba, sempre ricavato dal melograno e utilizzato per condire meravigliose insalate.

La vita gastronomica al Gran Bazar è meravigliosa, e qui si potrebbero trascorrere intere giornate senza annoiarsi, anche perché è vero che i prezzi sono virtualmente fissi, ma alla fine anche il cibo come in tutto il mondo arabo viene contrattato. E dopo aver assistito ad alcune di queste contrattazioni molto teatrali, tra una viuzza e un’altra scoviamo diverse caffetterie turche dove bere un caffè meraviglioso che richiede però molta attenzione, visto che ha il fondo e quindi ha bisogno di essere bevuto molto lentamente. Chi non ama il caffè, poi, nelle stesse caffetterie ha a disposizione un ottimo tè alla mela.

Durante la giornata passiamo da un bagno turco a una camminata nel bazar, fermandoci a mangiare un ottimo cous-cous di verdure e dolci stupendi. Qui ad Istanbul i più diffusi sono quelli fritti di pasta kataify “condita” con mandorle e datteri meravigliosi. A dire il vero il capitolo dolci è amplissimo, e nei negozi abbondano sia le gelatine di frutta (di fiori d’arancia, di gelsomino) sia i fichi secchi ripieni di noci, i torroni al miele e nocciole e tutti i dolci fatti con i pistacchi e con lo zucchero caramellato.

Purtroppo è tempo di ripartire. Ad Istanbul, però, sicuramente tornerò presto perché in Turchia ho scoperto luoghi straordinari: non solo interessanti dal punto di vista gastronomico, ma caratterizzati da una vena misteriosa che da queste parti accompagna ogni tipo di esperienza, sia essa culinaria o meno.

 

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